Di Vanessa Villanueva
Filcams Cgil Genova
Più di 11 anni or sono, sono giunta per la prima volta in Italia per ricongiungermi nuovamente a mia madre che lavorava a Genova già da qualche anno. Nonostante il gelido freddo dicembrino di Milano, appena arrivata ho pensato di essere la benvenuta in questo Paese ma, col trascorrere del tempo, mi sono resa conto che la strada sarebbe stata più dura del previsto.
Nei primi anni 2000 le questure erano alquanto sprovvedute in materia di accoglienza ed immigrazione. Le strutture non erano pronte per i grandi flussi di immigrati che, per far richiesta del permesso di soggiorno, attendevano sin dalle prime ore del mattino, sotto pioggia e freddo, il proprio turno al fine di accaparrarsi un numero di prenotazione.La situazione non era molto diversa da quella in cui mi sono imbattuta durante l’iscrizione all’università. Allora erano notevoli le restrizioni verso gli stranieri per il diritto allo studio, dagli alloggi ai servizi di ristorazione, se eri extracomunitario dovevi arrangiarti. Ho dovuto pensare ad un lavoro, non solo per il mio sostentamento, ma anche perché le normative e le prassi non erano chiare e i permessi di soggiorno per famiglia, al raggiungimento della maggiore età, dovevano essere cambiati in permessi per lavoro.
Il primo approccio col mondo del lavoro l’ho ottenuto presso uno studio psicanalitico svolgendo mansioni di segretariato. Tuttavia, ho pensato che qualcosa dovesse cambiare nel sistema, così ho iniziato ad occuparmi di materia immigratoria.
L’ufficio immigrati della CGIL non era altro che una stanza arredata unicamente con una piccola scrivania e condivisa con altri uffici, ma animata da persone che avevano tanta voglia di cambiare lo status quo. Per motivi legati principalmente allo studio ho pensato poi ad un lavoro alternativo e flessibile, così sono entrata come commessa in Rinascente part – time “verticale”, nel vero senso della parola: 8 ore solo di domenica.
L’iscrizione al sindacato è venuta da sé in quanto ho pensato di essere in un Paese libero dove le opinioni o le inclinazioni politiche non avevano nulla da spartire con le qualità professionali delle persone.
Ho impiegato cinque anni per capire che la situazione era diversa e che la maggior parte dei lavoratori dipendenti aspetta il passaggio al tempo indeterminato per iscriversi al sindacato, per andare in maternità e anche per aderire agli scioperi. Un diritto costituzionalmente garantito. Per fortuna l’azienda presso la quale sono impiegata osserva delle condotte che dovrebbero essere ovunque adottate di “norma” nei confronti dei lavoratori; inoltre lì non mi sono mai sentita discriminata. Questo è un sollievo, quanto meno una speranza nel futuro.
La mia collaborazione con il sindacato si è fatta sempre più costante. Per mezzo dell’attività sindacale ho avuto modo di incontrare persone e storie di vita talmente diverse che in comune avevano solo l’esser lavoratrici.
Inizialmente nel direttivo Filcams e Camera del lavoro ho affrontato problematiche che altrimenti fuori di quella sede non avrei avuto modo di cogliere, come le criticità presenti nel mondo del lavoro. La società italiana è cambiata, ora s’intravedono delle timide aperture verso gli stranieri in generale.
Purtroppo ci troviamo in un clima di grosse difficoltà, e non solo per gli stranieri. I “sani” principi morali sono stati soppiantati da valori assai più materiali. A questo punto credo che vada fatto un appello alle nuove generazioni di donne come la mia, soprattutto, invitandole a “guadagnarsi la vita” in modo dignitoso e senza compromessi. Occorre studiare e dare il massimo in ciò che si compie, anche se non è facile, ma mai arrendersi.
L’Europa mi aveva sempre dato l’idea di un continente all’avanguardia, dove uomini e donne vivessero alla pari. Invece, mio malgrado, mi trovo in una situazione dove, a parità di lavoro, uomo e donna non vengono retribuiti ugualmente, dove lo sgretolamento dell’economia si riflette sulle donne che devono appoggiarsi al familismo per poter proseguire la propria attività lavorativa, e via dicendo.
Concludo sperando che questo 8 marzo venga vissuto in modo più intenso al fine di abbattere i pregiudizi e i preconcetti sulla “donna oggetto” in luogo della “donna soggetto” la quale abbia un ruolo all’interno di questo Paese senza più esser circoscritta alla cura della famiglia.
[dal 7° numero de Il Voltrese]


